Cap 59 - Il buco della merda (part II)

27° Alturiak, sera – Baldur's gate

Nonostante, per la prima volta dopo ore, l’aria sembrasse essersi fatta più leggera e il fragore dello scontro fosse ormai solo un’eco lontana tra le pareti della torre, fu proprio in quel momento di tregua apparente che Myra decise di parlare.

Non con esitazione. Non con cautela, ma con quella lucidità tagliente che arriva quando non resta più nulla da nascondere.

Raccontò tutto: del tradimento, prima di ogni altra cosa. Delle parole di Yartra, sussurrate come una promessa e come una minaccia allo stesso tempo. Del ricatto, della possibilità concreta e terribile, di perdere i propri poteri, e della scelta che le era stata messa davanti: aiutare la fuga, o pagare il prezzo.

Le parole uscirono senza interruzioni, una dopo l’altra, come se fermarsi anche solo per un istante avrebbe significato non riuscire più a ricominciare. E insieme alla verità arrivarono anche nuove informazioni; frammenti, intuizioni, collegamenti che si incastravano in un quadro sempre più oscuro: i mind flayer, non sembravano essere entità isolate, ma strumenti sotto il controllo dell’Abisso. La Società del Kraken non li temeva, li riconosceva e considerava parte dello stesso esercito. Facevano parte del piano, quale piano, però, non era dato saperlo.

Inoltre, li stavano aspettando tutti e quattro al molo dei relitti come parte dell’esercito della società del Kraken

Ma proprio mentre quella direzione sembrava prendere forma, come un’unica strada possibile da percorrere, un nuovo messaggio raggiunse Myra: andare al molo era una trappola. «Il molo verrà distrutto. Dentro troverai un aiuto: scopri chi potrà tradire.»

A quel punto qualcosa si incrinò, non visibilmente, non con uno scatto improvviso, ma lentamente, come una crepa che si allarga sotto la superficie.

Britz fu il primo a mostrarlo. Il suo sguardo cambiò, si fece duro, sospettoso. La osservava come se stesse cercando di capire dove finisse la verità e dove iniziasse la menzogna, e in quello sguardo c'era solo distanza.

Cristona, al contrario, non disse nulla. Sul suo volto non si leggeva né sconforto né tradimento; il sorriso ammaliato con cui li osservava restava intatto, come se, per lei, nulla di ciò che Myra aveva raccontato fosse davvero qualcosa da condannare. 

E poi c’era Vryssal; l’unico che, invece di allontanarsi, sembrò accorciare la distanza, come se quella verità, per quanto scomoda, non fosse abbastanza per spezzare ciò che vedeva in lei.

Non disse molto, agì più che altro, come era solito fare, perché, a volte, è lì che si misura davvero da che parte si è scelto di stare.



Venne fuori anche il discorso di Conch, e non senza una certa esitazione si arrivò alla decisione di affidarla a Cristona. Ma prima di metterle tra le mani un oggetto tanto importante, qualcuno ritenne fosse il caso di fermarsi un momento, di capire meglio chi fosse davvero quella mezzorca comparsa quasi dal nulla e già così profondamente intrecciata alle loro vicende.

Le domande arrivarono semplici: da dove venisse, cosa facesse, quale fosse la sua storia... Le risposte, invece, lo furono molto meno.

Cristona parlò, sì, ma senza mai fermarsi davvero su nulla. Frasi lasciate a metà, dettagli accennati e subito abbandonati, come se ogni volta che qualcosa si faceva troppo definito preferisse spostarsi altrove. Ne emergeva un’immagine sfocata: una vita passata a viaggiare, a suonare e cantare per vivere, senza radici né destinazioni fisse.

Accennò a un addestramento druidico, a un periodo trascorso sotto la disciplina rigida di un esercito – un castello, da qualche parte, che però non nominò mai davvero – e a regole che non era mai riuscita a sopportare fino in fondo. Parlò anche di un vecchio druido, con una leggerezza che sembrava nascondere qualcosa di più, liquidando la cosa con un’alzata di spalle: lo aveva lasciato quando era “rimbecillito”, come se bastasse quello a chiudere il discorso.

E in effetti il discorso si chiuse lì. Non perché fosse tutto chiaro, ma perché diventava evidente che spingerla oltre non avrebbe portato a molto.

Le parole si dispersero, lasciando spazio a qualcosa di più leggero; qualche battuta, qualche sorriso, e inevitabilmente qualche tentativo di slinguazzata di troppo, che per un attimo sembrò far dimenticare tutto il resto. Almeno finché qualcuno non si ricordò della maledizione di Vryssal.

Myra intervenne, cercando di liberarlo da quel fastidio persistente, ma la maledizione si allentò, senza spezzarsi completamente, 

A quel punto, con una certa fretta e senza troppa cerimonia, il gruppo si concesse un rapido controllo dello studio. Tra scaffali e ampolle recuperarono alcuni oggetti di valore  una collana, un anello, diverse sostanze magiche dal valore tutt’altro che trascurabile  insieme al libro degli incantesimi di Ramazith, un falcetto e qualche pozione.




Una volta usciti dalla torre di Ramazith, l’aria stessa sembrava cambiata. Dal porto arrivava un’agitazione evidente, un movimento anomalo che spezzava il ritmo della città: quattro navi più piccole affiancavano una nave ammiraglia, e tutte insieme si stavano già allontanando, nonostante le catene fossero state sollevate per sigillare l’accesso e mettere in sicurezza Baldur’s Gate.

Tra il caos, Britz individuò una piccola imbarcazione a remi, una sagoma che si muoveva rapida verso l’ammiraglia, e per un attimo parve quasi di riconoscere una figura familiare, che poteva tranquillamente essere Yartra.

Poi le navi, improvvisamente, si inabissarono, scegliendo di sparire sotto la superficie e lasciando dietro di sé soltanto increspature e silenzio.

Non c’era molto da decidere: l’unica possibilità era inseguirle. Così si tuffarono.

L’acqua li avvolse subito, fredda e pesante, e il mondo sopra scomparve in un istante. Davanti a loro si muovevano le ombre delle navi, protette da qualcosa che impediva al mare di reclamare ciò che avrebbe dovuto essergli restituito.

Prima di lanciarsi davvero all’inseguimento, Vryssal tentò qualcosa di diverso. Una preghiera, rivolta a Geshtai, la dea dei fiumi e dei corsi d’acqua di cui gli aveva parlato suo padre, un tentativo goffo ma sincero di opporsi al dominio di Umberlee. Le parole però uscirono incerte, disturbate dalle risate dei compagni che non persero occasione per prenderlo in giro, e il risultato… non fu esattamente quello sperato.


Nel frattempo, Britz e Vryssal erano già avanti, veloci e precisi, e riuscirono ad agganciarsi a una cima che scivolava lungo lo scafo di una delle navi. Cristona e Myra arrivarono un attimo dopo, più lente, rischiando di restare indietro.

Cristona reagì d’istinto: afferrò una cima al volo, poi si voltò e, con un gesto rapido e poco delicato, riuscì a trascinare a sé Myra con il falcetto, evitando che venisse lasciata indietro. Non fu elegante, non fu pulito… ma funzionò.

Avvicinandosi alla nave ammiraglia, divenne chiaro che qualcosa la proteggeva: una sorta di campo di forza avvolgeva lo scafo, mantenendo l’interno asciutto nonostante la pressione dell’acqua.

Di primo acchito, entrare non era semplice, ma nemmeno impossibile.

Seguendo istinto ed esperienza, trovarono l’unico punto di accesso che potesse consentire loro di entrare senza essere notati: il famigerato buco della merda (parte II). 



Notarono il movimento solo all’ultimo.

Due chiappe. Un sedere. E, senza troppi dubbi su cosa stesse succedendo, era chiaramente intento a fare esattamente ciò per cui quel buco era stato creato.

Per un attimo nessuno disse nulla, poi si avvicinarono e quando furono abbastanza vicini, videro anche… il resto. Il momento preciso in cui tutto stava per compiersi, senza alcuna dignità, senza alcuna gloria: uno sfintere anale leggermente dilatato, pronto a rilasciare uno... stronzo.

Fu allora che Cristona ebbe quella che, nella sua testa, era chiaramente un’idea geniale.

Senza pensarci troppo  perché pensare troppo non era mai stato il suo forte  allungò la mano e infilò due dita lì dove nessuno, sano di mente, avrebbe mai voluto metterle e bloccò tutto: la dilatazione, il processo, la dignità di quel povero disgraziato. E lo spaventò a morte.

Il tipo emise un suono che nessuno avrebbe mai voluto sentire sott’acqua, mentre Cristona, con una presa ormai salda e decisamente invasiva, lo arpionò come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poi tirò con tutta la forza che aveva, usando, addirittura, entrambe le mani.

Il corpo venne strappato fuori con una violenza brutale, senza alcuna grazia, senza alcuna possibilità di reazione e prima ancora che potesse anche solo provare a capire cosa stesse succedendo, Vryssal  forse per pietà, forse per evitare qualsiasi ritorno indesiderato intervenne e lo finì all’istante.

Un attimo sospesopoi Cristona, con assoluta nonchalance, si pulì le dita come se nulla fosse, come se fosse stata unazione qualunque.



Un bussare forsennato interruppe il respiro sospeso della nave, richiamando l’attenzione dei quattro proprio mentre si rifugiavano nella piccola camera del relax, uno spazio angusto e fuori luogo in mezzo a quell’architettura di guerra e magia.

Non c’era tempo per riflettere davvero. Lasciar andare i pirati incuriositi avrebbe significato esporsi, permettere a quelle voci di moltiplicarsi, di trasformarsi in allarme, in caccia.

Aprirono la porta e in un unico, perfetto movimento, la morte si abbatté su di loro. Sei corpi caddero senza un grido, senza un suono che potesse tradire la loro presenza, solo il peso improvviso della vita che si spegne, e poi di nuovo il silenzio.

Proseguirono così, come un’ombra che si muove tra altre ombre. Altri uomini incrociarono il loro cammino, e fecero la stessa fine, rapidi, inevitabili. Nessun clamore, nessun errore. Solo gesti precisi, eseguiti con la freddezza di chi sa che non può permettersi di sbagliare.

Quando giunsero alla stanza dei cannoni, tutto avvenne in fretta, altri corpi caddero velocemente e, come se ogni cosa si fosse già decisa prima ancora di accadere, un’idea prese forma.

Non nacque da una lunga riflessione, né da un piano articolato, ma da quell’intuizione improvvisa che, a volte, distingue la follia dal genio. Vryssal la pronunciò con naturalezza disarmante, come se stesse suggerendo la cosa più ovvia del mondo. «Facciamo saltare la nave.» E, per quanto azzardata, era un’idea difficile da ignorare.

La nave stessa offriva tutti gli strumenti necessari alla propria distruzione: polvere da sparo, cannoni, micce. Bastava solo saperli usare nel modo giusto  o nel modo più sbagliato possibile.

Il lavoro procedette rapido, non senza qualche incertezza iniziale. La posizione della miccia, sembrò per un momento opporsi al loro intento, ma bastò un breve aggiustamento perché tutto tornasse a posto.

E poi venne la fuga. Improvvisa, caotica, inevitabile.

Uno dopo l’altro si gettarono nuovamente verso l’unico passaggio che avevano imparato a conoscere fin troppo bene, scivolando fuori dalla nave attraverso quel varco improbabile e poco glorioso, giusto un istante prima che la detonazione squarciasse il silenzio delle profondità.

L’esplosione fu violenta: la nave si spezzò, il legno cedette sotto la pressione, e ciò che era stato costruito per dominare il mare venne reclamato da esso con furia improvvisa.

Attorno a loro, il caos; figure che fuggivano, altre che non riuscivano a farlo. Movimenti convulsi, urla soffocate dall’acqua, corpi trascinati verso il basso. Un inferno silenzioso, consumato nelle profondità.

Eppure, tra tutta quella distruzione, nessuna traccia di Ramazith né di Yartra.



Quando riemersero, Baldur’s Gate li attendeva con un clamore inatteso. Voci che si alzavano sopra le altre, che li chiamavano, che li riconoscevano.

«FermiiiFermiii! La Compagnia del Cervelletto ha salvato Baldur’s Gate!»

Il suono si propagava tra le banchine, tra la gente accorsa, tra gli sguardi pieni di aspettativa e riconoscenza.


E ora la scelta era loro: sparire, fingere di non essere mai stati lì, oppure restare, accettare quell’eco di gloria… e poi, magari, ignorare tutto ciò che ne sarebbe inevitabilmente seguito.














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