Capitolo 50 - il mindflayer e la quasi morte all'improvviso

23°midwinter - Berranzo 

È terrore puro quello che sento. Non una parola che uso per fare scena: terrore, vivo, che mi scorre sotto la pelle, nelle ossa, nei muscoli, nei nervi, come se qualcuno avesse versato gelo nel sangue e poi avesse aspettato di vedere quanto ci metto a spezzarmi. 

Eppure, la volta scorsa era diversa. 

Sì, avevo paura anche allora, ma era una paura egoistica, istintiva, la paura animale di chi vuole salvarsi e basta; pensavo a me, a correre, a mettermi in salvo, a lasciare quel buio alle spalle e fingere che non fosse entrato dentro la mia testa. Questa volta… Questa volta sento che non posso permettermelo. 

L’urlo di Synthariel attorniata da topimi riporta al presente come avessi preso uno schiaffo in pieno viso, e insieme alla sua voce arrivano tutti i suoni che il terrore stava provando a cancellare: il respiro degli altri, il mio cuore che insiste, la pietra umida che ci stringe addosso, e quel silenzio sotto il silenzio, la presenza che ci ascolta da dentro la roccia come se la grotta fosse solo una cassa toracica e lui si fosse già annidato nel centro. 

È come se fossi immobilizzata. Le gambe non rispondono: pesano, come se la paura avesse scelto loro per ancorarmi a terra. Il mondo intorno si muove a scatti, ma io resto ferma, sospesa in un istante di troppo. 

Guardo Britz. Uno sguardo distratto, quasi per istinto, e invece mi si incastra negli occhi perché è lì che si contorce. Lentamente. In modo innaturale. Lo vedo mutare aspetto come se i suoi arti si stessero dimenticando dove devono essere: le gambe che cercano il posto delle braccia, le braccia che cedono, la figura che si spezza e si ricompone sbagliata. Nei suoi occhi c’è paura – chiara, nuda – ma non è la stessa che provo io. La sua è un animale che si dibatte. La mia è una lama che resta immobile. 

Alzo gli occhi. 

Davanti a me, nel corridoio, trovo un ritmo nel respiro, come se bastasse quello per non cedere.  Lui è lì, con la postura di chi ha imparato a vivere sul filo e a chiamarlo equilibrio. Sul viso ha sempre quel sorrisetto sfacciato, sbruffone, che sembra una sfida lanciata al mondo intero – anche adesso, anche qui. E quando si volta e trova i miei occhi, solo per un istante, accade qualcosa che non ha logica: tutto va al suo posto. 

Non la grotta. Non l’orrore. Non quello che sta succedendo. 

Io. 

È come se, per un battito, mi ricordassi come si fa a stare in piedi. 

Allora muovo le mani in un gesto imparato a memoria. Apro la strada, libero il corridoio, scaccio ciò che ci si stringe addosso, come se potessi tagliare l’aria e farne spazio. E poi gli vado incontro con il passo di chi ha un motivo semplice e fare la parte di quella che non trema. 

Mi sincero in pochi attimi che stia bene, ma è un pretesto. È sempre un pretesto. 

Non serve guardarsi indietro. Lo so prima ancora di vederlo, ancora prima che si apra la porta: il mindflayer è lì dentro. E con lui, come un’ombra trascinata per sbaglio fuori dall’inferno, c’è il resto di un umano: un rimasuglio sottoposto a chissà quali esperimenti, qualcosa che ha ancora una forma ma non più una dignità. 

Ci attacca proprio mentre il mindflayer sparisce. 


È un movimento confuso, disperato, quasi cieco, e per un attimo mi attraversa un pensiero che somiglia alla pietà, ma non fa in tempo a diventare niente, perché le decisioni qui devono essere nette o ti ammazzano. Lancio una magia d’istinto, la mia voce si spezza nell’aria umida, e Vryssal chiude la porta senza farsi troppe domande. Il resto di quel poveretto rimane dentro, dall’altra parte, a morire senza nemmeno la possibilità di avvicinarsi a noi. È una scelta crudele, rapida, necessaria. E anche se non dico nulla, qualcosa mi resta addosso come condensa. 

Vryssal si muove subito. Entra silenzioso in una stanza, controlla, cerca con quel suo modo di sparire e ricomparire tra gli angoli, come se il pericolo fosse un’abitudine e non un evento. Io invece torno indietro. 

Britz è ancora lì, che cerca di capire che cosa gli stia accadendo. Eppure, nonostante tutto, la forza di volontà di questo piccoletto è qualcosa che va oltre l’immaginazione. Striscia, si trascina e colpisce comunque tutto ciò che si muove, come se la realtà potesse deformargli il corpo ma non l’intenzione. 

Mi piace lui. 

Anche se non gliel’ho mai detto, né mai lo farò. Mi fa ridere ed è simpatico, anche quando non si fida di me, ma posso mai biasimarlo?  

Vederlo impugnare un arco con le mani al posto delle gambe è totalmente surreale, eppure ci riesce. Come se la sua testardaggine avesse deciso di farsi talento. 

Ti rimetteremo in sesto, buffo amico,” penso. 

E lo spero davvero.

Un rumore ci fa voltare di scatto. Non serve nemmeno parlare: bastano pochi attimi perché tutti colleghiamo ciò che sta accadendo. Accanto alla ruota dentata, il mindflayer riappare – come se fosse sempre stato lì, come se il buio lo avesse solo tenuto in caldo – e la gira. La grata sotto si solleva con un gemito di metallo. 

Tutti sappiamo cosa uscirà da là sotto. 

E d’improvviso capisco una cosa con una chiarezza dolorosa: è un pensiero ridicolo in mezzo alla morte, eppure mi si pianta nel petto come un chiodo... 




Il caldo dell’elementale del fuoco che sale si sente subito, prima ancora di vederlo. È un’ondata che ti prende la gola, che asciuga l’aria e la rende pesante, irreale. Tento di allontanarmi. La paura non mi abbandona – non ha mai davvero intenzione di farlo – ma so anche un’altra cosa, più netta di tutte: posso contare solo su una persona. 

E quella persona fa esattamente ciò che mi aspettavo. 

Vryssal corre dalla parte opposta alla mia. Si butta lì dove il pericolo vuole mordere, e lo distrae. Nel frattempo, le nostre forze si stringono sul mind flayer, perché è lui il centro, lui la mano nella testa, lui la voce che non smette. 

Sento Vryssal fare l’eroe, dannazione a lui. Una macchia blu in mezzo a fiamme alte il doppio di lui. 

E riesce anche a trovare il momento per essere spiritoso. Lo vedo mentre spegne piccoli fuochi sui vestiti, col corpo che fuma e il movimento ancora leggero, ostinato. E poi lo sento urlare dal fondo della caverna, come se quella frase fosse l’unica cosa semplice rimasta al mondo: «Myra! Sto bruciando per te!» 

Meriterebbe qualcosa di più carino del mio sussurro: «cretino», ma il sorriso che mi esplode sul viso è solo per lui e mentre la caverna si riempie di calore e minaccia, un pensiero mi sfiora, fragile come un filo: se usciamo vivi da qui… potrei forse dirglielo. 

I colpi non si sprecano e, mentre Britz resta un’ameba per tutto il tempo del fight, io e Vryssal diamo tutto quello che abbiamo. 

Forse anche troppo. Succede in un attimo. E capisco subito che non sarebbe servito essere lontani: è come se lo sentissi sotto la pelle, come se mi si rizzassero tutti i peli sulle braccia prima ancora che accada davvero. 

Poi lo vedo; vedo Vryssal crollare sotto i colpi del fuoco che emana l’elementale, come se il calore avesse trovato un punto preciso in cui spezzarlo. Il mio istinto è uno solo: correre da lui, ma il corpo non si muove abbastanza in fretta, il mondo è troppo pieno, troppo violento. 

Eppure, vedo distintamente i suoi occhi che mi cercano, che mi trovano. Che mi parlano senza dire niente. 

Non ti azzardare a morire proprio ora, stupido mezzelfo blu, lo urlo, ma solo nella mia mente, perché la gola non regge e non voglio dare al panico un suono. Se mettessi in voce quel pensiero, rischierei di crollare.  

Quando finalmente l’elementale va giùdopo aver bruciato tutto quello che c’era intorno a lui, me compresaresta una quiete tremenda, fatta di fumo e di pelle che pulsa, di cenere che si posa lenta.  

E in quella quiete abbiamo una cosa sola da fare, prima che qualunque altra cosa possa accadere. Prima ancora di assicurarmi che gli altri due stiano bene. 

Non penso. Non ragiono. Non mi do tempo. 

Trangugio una pozione di cura come se fosse aria e, con il gusto amaro ancora in bocca, faccio l’unica cosa che reputo sensata. 

Lo salvo. 

E, mentre lo faccio, capisco che sto salvando anche me stessa. 


Vryssal mi sorride mentre si riprende. È un sorriso veloce, forse distratto, di quelli che non chiedono niente e dicono tutto. Mi fa un occhiolino, rapido come un colpo di vento, poi si tira in piedi come se il corpo non gli avesse appena ricordato quanto è fragile. 

E con lui basta poco perché qualcosa si rimetta in ordine. 

Non fuori – non qui, non in questa grotta – ma dentro di me. Basta quell’accenno di normalità perché tutte quelle sensazioni tornino a richiudersi dove le tengo sempre: represse, serrate, ricacciate giù nel profondo come se non fossero mai esistite. Come se la paura di perderlo non mi avesse appena spaccato in due. Come se… 

«Ora ti lancio questa, sono certo ti rimetterà a posto.» è corso da Britz che è ancora lì, agonizzante e malformato. Fa un cenno vago, quasi rassegnato un secondo dopo succede l’impossibile, ma in modo così stupido da essere quasi offensivo: le sue orecchie si staccano e cadono a terra con un tonfo umido. 

Un attimo di silenzio. Un lampo di incredulità. 

«Ops. Allora è questa.» Vryssal lancia un’altra boccetta. Un altro gesto pratico, sicuro. E piano la pelle dell’Hafling comincia a liquefarsi, a colare via, finché di lui resta soltanto lo scheletro.  

E per quanto tutto questo dovrebbe essere drammatico, succede la cosa più umana del mondo: scoppiamtutti a ridere. Tutti tranne Britz, ovviamente, perché ora è sordo, cieco, e deve camminare a testa in giù. 


Rido anch’io. Rido a crepapelle, fino a sentirmi i polmoni protestare, come se la risata potesse raschiare via il resto, alleggerire l’aria, ma dentro… dentro brucio ancora. 

E quella paura che dovrebbe essersi spenta, che dovrebbe essersi richiusa dove la metto sempre, per qualche ragione non se n’è andata. 

È lì. Più viva che mai. Più forte che mai. 










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